Il Buddha, secondo le nozioni storiche a noi pervenute, è nato ed è cresciuto per buona parte della sua vita come un essere normale, un essere ordinario, e questo è molto importante da capire perché ci fa rintracciare la nostra umanità: nella prima parte della storia del Buddha c’è la nostra storia, c’è il nostro background, i nostri atteggiamenti di esseri umani, le nostre sofferenze, le nostre felicità. Nel ritrovare l’umanità del Buddha ritroviamo anche la nostra e, implicitamente, ritroviamo la speranza di poterci emancipare da questo stato di sofferenza che contraddistingue appunto l’essere umano.
La storia di Buddha, che prima di essere chiamato così era un principe di nome Siddhartha, nasce in India: vediamo di capire cosa era l’India a quel tempo, nel 600 a.C.
L’India era un paese diviso in molti stati a capo dei quali c’era un raja, un re. In quell’epoca, come nei secoli precedenti, l’India era soggetta alle invasioni degli Ari, ovvero delle popolazioni ariane, che, scendendo lungo il meridione e la parte occidentale del paese, sottomisero le popolazioni già esistenti stabilendosi prevalentemente nello stato del Punjab, luogo dove attualmente abitano i Sikh. Nell’epoca in cui nasce il Buddha (600-500 a.C.) l’India era formata da quattro enormi stati, Avantha, Vatsa, Kosala e Magadha, e da un certo numero di repubbliche, fra le quali c’era anche lo stato dei Sakya, quello dove il principe Siddhartha nacque.
In quest’epoca emersero due importanti personaggi storici dal punto di visto filosofico-culturale indiano: uno è Vardanama chiamato anche Jina, e l’altro è Siddhartha; questi due fondarono le due correnti religiose più importanti ovvero il Gianismo e il Buddhismo, accomunate da una proposta religiosa nuova che apportavano all’India.
vedaL’India pre-buddhista era dominata dal credo religioso dei Veda: nonostante fosse costituito da una teoria filosofica molto corposa e di tutto rispetto, portava a pensare che gli esseri viventi erano ingabbiati nell’esistenza sofferente per via delle loro azioni, per via del karma.
La teoria o il credo che l’essere umano, e l’essere vivente in generale, andasse da una vita alla vita successiva, e che il motore che spingeva a prendere queste rinascite era il karma, l’azione, era già esistente prima del Buddha. Ed è per questo che si strutturarono le caste in India: poiché il nascere di un essere umano in una specifica famiglia con uno specifico destino era già architettato dalle proprie vite passate attraverso le proprie azioni, allora si giustificava l’esistere delle caste. Queste caste, dalla casta più alta dei bramini fino alla più bassa degli intoccabili, raggruppavano gli esseri umani caratterizzati da un certo destino, quindi se un essere nasceva nella casta dei bramini determinava il suo sostanziale destino nell’umanità, aveva dei privilegi, dei doveri, dei diritti, e così pure le altre caste dei guerrieri, dei commercianti e degli intoccabili. Il credo così come era stato delineato nei Veda faceva in modo che ci si sentisse legittimati ad avere un certo tipo di esperienza nella vita, la cui sofferenza e felicità erano determinati non dalla propria volontà ma dal karma ovvero dalle azioni delle vite passate.
I Veda delineavano un sentiero di liberazione da questo ciclo di rinascite vincolate dal karma attraverso la devozione agli dei: vi era un credo monoteista in cui si vedeva il Bramha come l’entità finale, il proprio paradiso da raggiungere e questo lo si faceva purgando la propria mente dal karma negativo e lo si faceva ingraziandosi il volere degli dei attraverso la casta dei bramini. Fino all’avvento di Siddhartha e di Vardanama, il sentiero della liberazione dalla sofferenza dell’essere umano consisteva in una questione di devozione, riti e cerimonie che erano un campo di conoscenza esclusivo della casta dei bramini. Gli esseri umani che non nascevano in tale casta erano destinati a purificare la propria persona attraverso il loro servire la casta dei bramini.
Nel periodo di Siddhartha e Vardanama ci sono già delle turbolenze filosofiche, grosse scuole come quella dei Samkya che propongono (sempre alla ricerca del perché l’essere umano soffre) una più alta tecnologia spirituale alla cui base non c’è più un Dio che per suo volere comanda la sofferenza e la felicità degli esseri, ma dove vi sono il costituirsi delle esperienze personale degli esseri attraverso quello che i Samkya chiamano il principio generale.

La vita di Buddha si inserisce in questo contesto storico, nel quale i bramini non hanno più l’appoggio totale del popolo e la conoscenza filosofica dei Veda non è più esclusiva di quella casta, ma diventa qualcosa di dominio di tutti.
Sia il Buddismo che il Giainismo si propongono di offrire agli esseri umani un mezzo per potersi emancipare dalla sofferenza; si deve tenere presente che questo è stato, ed é tuttora, uno dei quesiti più importanti nell’antica India, così anche come nelle filosofie europee, cioè il perché l’essere umano vive, dove sta andando, che cosa accade dopo la morte, e perché l’essere umano è condizionato a sperimentare del dolore quando non lo desidera e non può vivere nel piacere che invece anela.
Domande di questo tipo hanno dato adito in tutta l’India al fiorire di pensatori e meditatori: lo Yoga, quello che noi conosciamo nella sua forma di benessere fisico, l’Hatha Yoga, non è altro che una frangia dell’interpretazione del pensiero delle Upanishad di Patangeli e, in ultima analisi, dei Veda.
Quindi c’era una scienza già molto ricca tesa a trovare il benessere temporale e ultimo dell’essere umano; sia il Giainismo che il Buddhismo si ponevano come filosofie e modi di vita legati a sistemi meditativi, sistemi di yoga che si esprimevano in una condotta etica di tipo fisico, verbale e mentale che portava al raggiungimento di stati meditativi in grado di liberare gli esseri dalla sofferenza.