LA NASCITA DEL PRINCIPE SIDDHARTA

siddharta_gautamaIl Buddha nasce in questo tipo di ambiente, circa nel 500 a.C., in una regione, il regno dei Sakya che adesso è in Nepal ma un tempo era nell’ India del nord. Non si trattava in realtà di una monarchia molto grande ma di una repubblica, uno staterello in cui il padre di Siddhartha, un signorotto di questa regione, non era un re con grandi poteri come invece erano i re del regno di Magadha dove poi il Buddha andò ad insegnare per il resto della sua vita.
Nasce circa nel 566 a.C. nel parco di Lumbini, tuttora esistente, dove sono stati edificati luoghi che ricordano dove il principe Siddhartha sia nato da sua madre Mahamaya e dal padre Suddhodhana, che erano i sovrani di quel piccolo staterello; la capitale, che dista pochi miglia da questa parco di Lumbini, si chiamava Kapilavatthu. Adesso c’e Lumbini nel sud dell’attuale Nepal al confine con l’India.
Il nome che gli diede il re fu appunto Siddhartha che significa “Colui che ha raggiunto il suo scopo”: veniva anche chiamato Gautama che era il nome della famiglia.
Quando il principe Siddhartha nacque, poiché si dice che era già destinato a raggiungere l’Illuminazione in quella stessa vita, aveva già dei particolari segni di nobiltà di spirito. Alla sua nascita il re Suddhodhana chiamò i saggi del luogo, cioè i bramini, gli asceti, i meditatori, i veggenti e tutti erano concordi nel riconoscere che il principe Siddhartha fosse un grande essere contraddistinto da una grande potenzialità e che in futuro avrebbe potuto diventare, secondo la maggior parte delle opinioni, un grande sovrano. Quindi, per via dello status di principe di cui godeva, sarebbe subentrato al trono di suo padre e, per via delle caratteristiche che emergevano dai vari calcoli astrologici che venivano fatti, questo principe Siddhartha era destinato a diventare un capo tra i capi, un sovrano tra i sovrani.
Uno di questi saggi, un santo conosciuto nell’area per le sue doti di umanità e di veggenza, fece invece la predizione che, proprio per queste sue grandi capacità, il principe Siddhartha sarebbe stato destinato a un futuro ben maggiore, sarebbe cioé diventato il salvatore tra gli uomini, colui che trova la strada che conduce gli esseri alla emancipazione dalla sofferenza. Un futuro questo evidentemente ben più raggiante e magnificente ma che non piacque al re Suddhodhana che, essendo il sovrano, non voleva che il suo primogenito si dedicasse alla vita religiosa in quanto questo avrebbe implicato di abbandonare il regno, abbandonare le sue responsabilità di regnante e tutto quello per cui il padre aveva lavorato, tenendo conto che nell’India di allora egli era destinato a rimanere nella famiglia reale.
Tale predizione era fonte di preoccupazione per il re ma non emerse nei primi anni di età. Le predizioni avevano sicuramente visto giusto e infatti il principe era un bellissimo giovane estremamente intelligente che eccelleva in tutte le arti che venivano insegnate all’epoca, dall’astronomia alla matematica, dalla religione al pensiero filosofico, dalle arti sportive alle arti artigianali: insomma in tutto quello che il principe faceva riusciva meglio di tutti.
Egli era dotato sia fisicamente che psichicamente, un vero bambino prodigio. E fino ad una certa età non ci fu in Siddhartha alcun sentore che fosse particolarmente incline alla vita religiosa e questo naturalmente rendeva soddisfatto il padre che nel frattempo, con il principe ancora in tenera età, aveva perduto la moglie Mahamaya e aveva sposato la sorella Gautami; quest’ ultima era diventata dunque la matrigna del principe nonché la regina dei Sakya.
Il principe Siddharta è un giovane felice anche perché facilitato dal re Suddhodhana, che tenta in ogni modo di lasciarlo in quello stato, consapevole del pericolo (che vede emergere nella sensibilità dell’animo del figlio) che il principe capisca la realtà delle cose prima di accedere al trono, prima di essere cioé vincolato in modo irreversibile a quelli che sono i doveri di un sovrano.
Il re allora cerca di tenere il principe all’oscuro delle vicissitudini della vita mantenendolo all’interno di una sorta di paradiso virtuale nel quale egli, lontano dai ritmi biologici della vita come la malattia e la vecchiaia, viene circondato da ogni possibile piacere; quindi al seguito del principe non ci sono ancelle che si ammalano o non ci sono persone che invecchiano, esse vengono immediatamente sostituite nel loro ruolo per cui di conseguenza il principe è continuamente circondato da persone belle, giovani e in salute. Grazie alla sua salute fisica non ha alcun tipo di sofferenza, vive una vita di quasi esclusivi piaceri.
Questa fase della vita di Buddha è all’insegna della inconsapevolezza, ed è molto simile all’infanzia e all’adolescenza della maggior parte dei giovani che, a seconda della fortuna economica della propria famiglia, vivono una fase della loro esistenza in cui non c’é grande coscienza riguardo la condizione dell’essere umano, del suo vivere, soffrire e passare.
Durante questa prima fase della vita del Buddha la sua speciale sensibilità si fa sentire ugualmente nell’ atteggiamento protettivo verso gli animali, nella sua maggiore e spiccata umanità (se comparato ai suoi compagni di giochi come il cugino Devadatta o Ananda): questo agli occhi del re Suddhodhana continua ad essere un pericolo per cui, all’età di sedici anni (allora ci si sposava molto presto), il re ordina alla regina Guatami di cercare una moglie per il principe. Il giovane Siddharta viene quindi invitato a varie celebrazioni durante le quali incontra molte giovani del luogo: alla fine la sua scelta ricadrà su Yasodhara che diventa così sua moglie. Una delle ragioni per le quali il re si stava preoccupando era che fra le scienze nelle quali il principe si stava istruendo vi fosse anche la conoscenza vedica. I bramini istruivano i loro figli e i pochi adepti della loro medesima casta alla conoscenza dei Veda, la quale riguardava i postulati dell’ esistenza degli individui ovvero i vari riti e cerimoniali che servivano ad emancipare l’anima degli esseri umani; di sicuro tali discepoli non si ponevano domande sulla correttezza filosofica delle parole di questi sacri testi, così come sulla veridicità e sull’efficacia dei rituali.

Al contrario, Il principe Siddhartha eccelleva in questo, era uno specie di “Che Guevara” della religione e quindi non si accontentava delle spiegazioni che gli venivano date. Egli di solito promulgava le sue domande e le sue teorie a discapito dei suoi insegnanti i quali comunque, con pazienza, cercavano di istruirlo ma che venivano messi in difficoltà dai giusti dubbi e questioni che il principe poneva. Una delle obiezioni riguardava la legittimità di cerimoniali e riti che a prima vista non liberavano gli esseri dalla sofferenza perché la sofferenza continuava ad essere una caratteristica del vivere umano; come mai quindi, dopo migliaia di anni di esistenza di pratiche e cerimoniali vedici, nonostante ci fosse il Brahma e i riti associati al Brahma, l’essere ancora soffriva? Come mai se c’è un Dio giusto gli esseri continuano a soffrire, da cosa è determinata questa sofferenza e come si può uscire da essa? Questi erano quesiti che non venivano naturalmente risolti, domande alle quali non veniva data una risposta. Questo spirito inquisitivo da parte di Siddharta non prometteva niente di buono per il re Suddhodhana ed é per questo motivo che, con largo anticipo, viene organizzato il matrimonio tra il principe e Yasodhara la quale a breve gli dà un figlio, Rahula.
Yasodhara, la prescelta sia da parte di Siddharta che dei parenti di quest’ ultimo, era però anch’ essa una persona particolarmente sensibile nella cura per gli altri, una sorta di infermiera del 500 a.C. : una delle sua attività preferite era andare nei villaggi fuori dal perimetro del castello reale per aiutare tutte le persone malate e i bisognosi. Fu proprio durante queste peregrinazioni insieme alla principessa Yasodhara (non totalmente controllabili da parte del re) che il futuro Buddha cominciò a rendersi conto della natura umana. Egli si rende conto di volta in volta che l’essere umano non è felice, non è permanente e anzi, contrariamente alla sua volontà, si ammala, questa malattia spesso lo conduce a morire e, se non è la malattia a stroncarlo, c’è inevitabilmente la vecchiaia. Tutto questo fa riflettere Siddharta il quale si rende conto di come stiano riaffiorando le domande che aveva posto ai bramini quando studiava i testi vedici e cioè: come mai gli esseri umani soffrono nonostante ci sia una comunione con dio, come mai soffrono quando nascono, quando si ammalano, nell’invecchiare e quando muoiono. Quello che occorre sottolineare non è il fatto che il principe Siddharta vada svegliandosi ad una realtà alla quale la maggior parte degli esseri umani é già esposta (noi tutti vediamo la morte, la malattia e la vecchiaia o perlomeno le conosciamo in teoria), quello che è sorprendente è che non le accetti; egli cioé non accetta che l’essere umano debba ammalarsi, invecchiare e morire. L’ incongruenza tra ciò che tutti gli esseri umani desiderano e ciò che invece devono sperimentare produce, da un punto di vista molto elementare, un attrito troppo grande nella mente di Siddharta.
Nel film “Piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci nelle scene che descrivono la vita del principe, interpretato dall’attore Keanu Reeves, c’è un momento in cui egli, dopo avere visto questi aspetti di sofferenza della vita, torna nel palazzo e va ad interpellare il re che si sta tingendo i capelli di nero. Il re conosceva perfettamente malattia, vecchiaia e morte ma non pensava di poter fare nulla al riguardo, si trattava della realtà degli esseri umani e proprio per questo nessuno vi si poteva opporre; era il karma che faceva nascere, ammalare ed invecchiare, la vita era sovrintesa da una forza più grande della volontà degli esseri umani e questo era sostanzialmente accettato da tutti. Da questo punto di vista il futuro Buddha si differenzia nettamente dagli altri esseri umani, si differenzia anche da noi che non solamente abbiamo accettato questi realtà dei fatti ma, nel mondo occidentale, abbiamo in qualche modo costruito un mondo virtuale in cui non abbiamo bisogno di vedere la malattia. Non abbiamo bisogno di vedere la morte perché, come la malattia, è relegata negli ospedali, negli obitori, quella è la morte vera; non abbiamo bisogno di vedere la vecchiaia perché le persone anziane che hanno mancanza di autonomia e di indipendenza fisiologica vengono relegati in luoghi ben nascosti. Quindi non solo non abbiamo accettato veramente questi aspetti del vivere umano ma abbiamo anche creato un mondo, un po’ come fece il re Suddhodhana, in cui i nostri figli, i giovani e anche le persone più avanti nell’età non debbano vedere ciò di cui è costituito il vivere umano.
Nonostante l’India si stia “emancipando” anche nel nascondere questi aspetti della realtà, é tuttora un paese del terzo mondo e, per via del fatto che contiene 1,5 miliardi di abitanti, risulta difficile poter nascondere l’umanità; nei nostri paesi invece ci riusciamo. L’India è sempre stata la culla del pensare umano, non inteso necessariamente in termini filosofici ma nel senso di luogo delle domande fondamentali sul perché l’essere umano soffre e su come può smettere di soffrire. Siddharta è uno di coloro che si pongono queste domande ed é colui il quale, vedendo ciò che gli altri fanno finta di non vedere, toglie quella patina di romanticismo che c’è nel vivere e decide di mettere fine alla sofferenza.

Questo sostanzialmente è il pensiero che porta il principe Siddharta ad abbandonare la vita di futuro re insieme a tutti i relativi agi e di abbracciare la vita di asceta e di meditatore. E’ importante capire che al tempo di Buddha la meditazione non era un metodo di rilassamento ed egli non aveva bisogno di relax. La meditazione faceva parte di un metodo interiore ben preciso volto alla liberazione dell’essere umano; in altre parole coloro che non si ponevano il problema della sofferenza non meditavano e questo è qualcosa da tenere a mente. La meditazione è uno stato della mente indotto da una serie di comportamenti, una serie di tecniche fisiche, verbali ed interiori che vengono adottate volontariamente ed é ciò in cui consisteva la vita degli asceti, dei ricercatori; coloro i quali ricercavano la pace erano quasi obbligati a scegliere una vita lontana dalle responsabilità quotidiane e quindi Siddharta adotta non una meditazione bensì uno stile di vita ed è questo stile di vita nuovo che lo conduce alla liberazione, non il semplice meditare.

IL PRINCIPE SIDDHARTA FUGGE DAL PALAZZO REALE

Il principe Siddharta esce dunque dal suo palazzo; il film mostra la sua fuga dopo una notte di festeggiamenti in cui il castello è come infossato in una nebbia che, se da un punto di vista prettamente fisico aiuta a celare l’uscita del principe, da un punto di vista mentale é interpretabile invece come una nebbia che offusca la mente dei residenti del palazzo. Il fatto, esplicitato anche dal colloquio tra Siddharta e il suo cocchiere Channa, simboleggia cioé la confusione che ottenebra la mente degli esseri e che li porta a rimanere nella sofferenza dalla quale invece lui vuole liberare sé stesso e gli altri.
Uscito dal palazzo Siddharta non vaga senza meta ma ha un piano ben preciso; egli infatti si era precedentemente informato su quali erano i maestri di meditazione di allora e dunque sapeva che essi non vivevano nel regno dei Sakya ma più a sud, a Magadha, un grande regno che corrisponde all’attuale Bihar (dove vi sono anche Gaya e Bodhgaya) e all’Uttar Pradesh; più a oriente si trovava invece la famosa città di Benares che era la culla della religione e della meditazione. Il principe esce dal palazzo e adotta immediatamente il costume da monaco. Si racconta che egli incontri un cacciatore che indossava le vesti da religioso per ingannare gli animali che non fuggivano davanti agli asceti in quanto essi erano persone non-violente: Siddharta quindi incontra il cacciatore, gli dona le sue vesti e prende quelle da monaco hindu che sono di colore rosso o arancione, simbolo della rinuncia, si taglia i capelli e va a cercare maestri di meditazione.
Alara Salama e Uddaka Ramaputra erano i guru principali nel Magadh e mossala, due monaci molto esperti nello sviluppo della concentrazione.
Secondo i maestri della tradizione hindu di allora, una mente domata (cioé sottratta alle interazioni sensoriali con il mondo esterno) corrispondva ad una mente che aveva eliminato passioni e sofferenze.
Le asana yoga sono un insieme di esercizi e posizioni fisiche unite al controllo della respirazione (pranayama) che servono ad indurre profondi stadi di meditazione cioé dirigono la mente verso l’interno, verso il momento presente versus il continuo cogitare tra passato e futuro.
I 2 guru consigliavano una stile di vita il più semplice possibile: diventare monaci abbandonando la progettazione di eventi.

Nella filosofia hindu ci sono 9 livelli di concentrazione detti Sentieri di meditazione mondani che costituiscono i 3 Reami dell’Esistenza Ciclica:

I. Reame del Desiderio (Kamadathu)

II. Reame della Forma (Rupadhatu): 4 livelli

III. Reame della Non Forma (Arupadhatu): 4 livelli

a. Spazio Infinito

b. Coscienza Infinita

c. Nullità

d. Vetta dell’Esistenza Ciclica (Stato aldilà del percepire e del non percepire)

Nel Reame del Desiderio la mente è continuamente protesa verso gli oggetti sensoriali (di desiderio): bisognava quindi rafforzare la Coscienza Mentale vs. le Coscienze Sensoriali.
Secondo gli hindu, scalando con la meditazione i vari livelli di concentrazione, il corpo rimane nel Regno del Desiderio mentre la mente entra nel Reame di Brahma, una sorta di paradiso di beatitudine completa, una religo, uno yoga con il dio, nel quale si acquisiscono veri e propri poteri divini come la chiaroveggenza.

Siddharta, che cercava una meditazione che liberasse dalla sofferenza, va da Alara Kalama che si trova in un bosco con cinquecento discepoli. Inizia la pratica e dimostra nuovamente di essere un individuo prodigioso: in pochi mesi raggiunge il maestro Alara Salama che dimorava nello Stato di Nullità.
Va detto che, raggiunto tale stato, una volta morti si era destinati a rinascere vicino a Brahma.
Quindi il futuro Buddha va dal top dei guru, Uddaka Ramaputra, che aveva raggiunto la Vetta Dell’Esistenza Ciclica, uno stato ancora più rarefatto di meditazione in cui la mente é in totale integrazione con l’oggetto di meditazione stesso. Egli raggiunge anche tale livello ma si accorge che tale realizzazione, pur essendo in grado di sedare la mente dalle passioni, non libera dal soffrire condizionato del Samsara, il ciclo delle trasmigrazioni.
Per questo motivo Siddharta continua la sua ricerca da solo, portandosi dietro molti discepoli dei precedenti due guru tra cui cinque molto ferrati nella meditazione e uno, Condanna, che era allo stesso livello del principe.
Vanno così a praticare l’ascetismo estremo a Gaya: mortificazione = metodo per purgare l’essere dalla sofferenza. Siddharta scopre però che tale mortificazione porta alla distruzione della base stessa di questa vita.
Quindi egli decide di allontanarsi dal bosco e di andare a Gaya sotto un albero di ficus (l’albero della bodhi) dove trova i suoi primi discepoli: due bambini.

SIDDHARTA DIVENTA IL BUDDHA

Il termine con il quale il principe Siddharta viene conosciuto una volta che ha raggiunto l’Illuminazione, ovvero Buddha, significa in sanscrito:
“Risvegliato”
“Colui che detiene la Conoscenza”,
“Colui che intende perfettamente”
e la parola bodhi che significa illuminazione e la parola buddha che significa illuminato sorgono dalla stessa radice budh che appunto equivale a: percepire, conoscere. E’ importante saperlo perché tutto quello che Buddha incarna sta in questo significato etimologico. Il Buddha non è altro che un essere che conosce, uno che si è svegliato alla realtà in contrapposizione a quelli che sono i non-illuminati, gli esseri viventi che vivono in uno stato di ignoranza, di non conoscenza di non risveglio: lo stato illuminato che egli ha raggiunto denota uno stato di emancipazione dall’oscurità, dall’ignoranza dalla confusione.
Il principe Siddharta verrà anche chiamato Tathagata, termine sanscrito costituito dalle sillabe thata = così come e gate = andato, quindi
“Colui che è andato aldilà”,
“Colui che ha trasceso”,
“Colui che ha completato il cammino” e ha due significati etimologici:
“Essere che enuncia ciò (tatha) che è stato compreso (gata)”, e
“Colui che si è illuminato nello stesso modo (tatha) di come hanno proceduto (gata) gli altri esseri illuminati”.

Siddharta fà quello che i due guru non avevano fatto: usa quella potente concentrazione per guardare se stesso.
Per quei maestri era l’interazione con i sensi a costituire la porta della sofferenza, per cui si riteneva che l’antidoto dovesse consistere nell’ allontanare la mente dal mondo esterno sensoriale. In un certo senso questo è vero, ma è la gnosi che porta un essere a comprendere come stanno le cose e quindi a liberarsi.
Siddharta non ha inventato proprio niente: ha imparato la concentrazione dai due guru hindu e attraverso ciò ha guardato cosa accadeva a sé stesso ed al mondo fenomenico (guardare in sanscrito si dice vipashyana).
Con una mente ferma come una montagna ha guardato tutto il conoscibile del mondo; ha osservato i sensi (dai quali non fuggiva più), cosa vedevano e cosa fossero i sensi stessi. In sintesi esaminò il visto, il vedere e il vedente.
Così, per mezzo di profonde trance meditative, si rese conto di 3 cose:

1) Contrariamente a quello che i sensi gli facevano intendere continuamente, non c’è niente di fermo, tutto si muove continuamente. Egli vide (non fu un credere a qualcosa che qualcun altro gli disse) che:
i 5 aggregati (skandha) nascono e muoiono continuamente, non ci sono due momenti uguali l’ uno all’ altro bensì un continuo fluire.
Scandagliando la mente e gli altri quattro skandha che costituivano il principe Siddharta vide la transitorietà di tutto (si dice che coloro i quali acquisiscono il solo Calmo Dimorare – Samatha/Shiné – riescono con questa forza mentale a contare le molecole che ci sono in un muro).
Siddharta in realtà era arrivato ben più avanti.
Dove sfuma la nozione del Sé, dell’Io in cui una persona si riconosce nonostante i cambiamenti fisici grossolani che avvengono? Tale nozione dell’Io sfuma nella totale transitorietà.
(questo punto è la Natura Convenzionale dei 5 skandha).

2) Questi cinque skandha fluttuanti non sono legati alla volontà, non hanno intrinsecamente la possibilità di rimanere uguali, sono condizionati da altro a cambiare, non hanno una autonomia tale da riprodurre un istante uguale al precedente.

3) I cinque skandha non hanno mai avuto un Io che facesse da supervisore, che li possedesse, non c’è mai stato un Io che è nato e che muore.
(questo punto è la Natura Ultima dei cinque skandha).

CHI E’ IL BUDDHA E CHE COSA HA FATTO?

Ha guardato ciò che noi tutti non guardiamo e che presupponiamo di sapere, è andato oltre al presupposto di base dell’essere umano che è: “Io sono, Io esisto, Io soffro”, ha guardato che vi è l’esistere – il vivere e non qualcuno che supervisiona la vita.
Non c’è un fiume aldilà dello scorrere dell’acqua: fiume è ciò che per convenzione viene attribuito allo scorrere dell’acqua. C’è una enorme differenza tra comprendere il fiume come convenzione per lo scorrere dell’acqua (che lo definisce) e pensare che ci sia il fiume.
Lo stesso vale per l’Io e i cinque skandha che mutano: per convenzione denotiamo con Io scorrere dei cinque skandha. A livello psicologico, se la mente si convince che esista qualcosa che non c’è (l’Io), nasce e si instaura un mondo di confusione: è da questo che il Buddha emerge.
Guarda tutto e vede che tutto è un sorgere dipendente (pratityasamupphada) e non c’è nulla che sia oggettivo.
Il Buddha si sveglia, e non può più commettere l’errore di pensare come esistente qualcosa che non c’è.
Il suo fisico cambia completamente, la stessa chimica del suo corpo si adegua al tipo di mente presente: coloro che lo vedevano capivano la sua santità semplicemente dall’aspetto.

Il Buddha si alza e da Gaya si reca dai suoi cinque discepoli al Parco dei Cervi a Benares (Varanasi), dove essi compresero dalla radianza del suo corpo che si era illuminato.
Gli chiesero: “Hai trovato la Via?” Il Buddha rispose “Si” e diede il suo primo sermone, ovvero girò la Prima Ruota del Dharma: Le Quattro Nobili Verità.
Aveva più o meno 33/34 anni, e visse fino a 79 anni insegnando nel Regno di Magadh fino alla morte, avvenuta a Kushinagar.
Il Buddha diede un Insegnamento molto semplice: se volete illuminarvi dovete guardare.
Gli esseri samsarici soffrono perché non guardano, sono continuamente distratti.
I suoi discepoli, monaci e laici, erano invitati a una vita semplice e di continua contemplazione, con meditazioni sedute e camminate.
Il suo Insegnamento può essere suddiviso in due parti:
Samatha (mente ferma capace di potere guardare sufficientemente a lungo) + Vipashyana (il guardare).

Il Buddha diede l’ “Ottuplice Sentiero”, che è la forma di condotta fisico-verbale-mentale che porta a sviluppare Samatha e Vipashyana, ed è riassumibile nei “Tre Addestramenti”:
Etica
Concentrazione
Saggezza

Nota sulla Convenzionalità dei Fenomeni

“Questo si chiama tavolo” (la denominazione di un insieme di parti) diventa
“Questo è il tavolo” (l’identificazione in automatico delle parti come un oggetto)

Quando vediamo le parti non vediamo l’oggetto unico e viceversa.

Se osserviamo al microscopio una foglia, riusciamo a vedere cose che con la vista ordinaria non vediamo: gli esseri realizzati spiritualmente hanno una vista simile.
Noi, invece, siamo perennemente distratti e andiamo continuamente da un oggetto ad un altro ad alta velocità con zero consapevolezza-introspezione-memoria: questo è il nostro modus vivendi durante il giorno.
A causa di ciò noi dei fenomeni vediamo solo la parte superficiale e a volte non ne afferriamo persino la loro realtà normale, ecco perché commettiamo degli errori.
Quando, al contrario, la mente é acuita e potenziata acquisisce un super-visus, va cioé aldilà dei sensi e riesce a comprendere gli stati più sottili delle cose.
Si vede l’entità del fiume (del tavolo, dell’Io) e lo scorrere dell’acqua (l’insieme di parti, l’insieme dei cinque skandha), ma non li si confonde.

Il problema nasce dal fatto che l’essere umano ha la necessità e l’urgenza di avere davanti a sé qualcosa di permanente, che sia il più fermo possibile perché così apparentemente più gestibile, ma in questo modo si fà del male perché questa non è la realtà ma un mondo proiettato che non coincide con il mondo reale.